Dal libro che sto leggendo attualmente, I. Calvino - Se una notte d'inverno un viaggiatore...
“Leggere, - egli dice, - è sempre questo: c’è una cosa che è lì, una cosa fatta di scrittura, un oggetto solido, materiale, che non può cambiare, e attraverso questa cosa ci si confronta con qualcos’altro che non è presente, qualcos’altro che fa parte del mondo immateriale, invisibile, perché è solo pensabile, immaginabile, o perché c’è stato e non c’è più, passato, perduto, irraggiungibile, nel paese dei morti…
- … O che non è presente perché non c’è ancora, qualcosa di desiderato, di temuto, possibile o impossibile, - dice Ludmilla, - leggere è andare incontro a qualcosa che sta per essere e ancora nessuno sa cosa sarà…
Questa credo che fin ora sia una delle ‘definizioni’ dell’atto di leggere meglio riuscite…
Una citazione di una citazione. Già perché il pezzo che sto per scrivervi l’ho letto in ‘Stile Novecento’ il libro del mio professore di Montale, G. Ficara, nel capitolo dedicato a Italo Calvino. E di lui infatti si tratta, citazione dall’ apologo delle ‘Città Invisibili’:
“L’inferno dei viventi – conclude Marco Polo – non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”
Io la trovo un’immagine bellissima… continuare a cercare ciò che il progresso e la ragione sembra aver distrutto… “Fino che la polvere di tutte le città non ci renda ciechi, e poi scuotere ancora la polvere dai nostri occhi” continuare a cercare…