Sisi lo so che il titolo non ispira molto! Però sto studiando Tanatologia, cosa pretendete???
Volevo sottoporvi questa riflessione per vedere un pochino cosa ne pensate...
(dalle dispense della professoressa M.Sozzi): “Il piemontese Radicati da Passerano, convertito al calvinismo, nella sua Dissertazione sulla morte (1732), affermava che il timore della morte non è un sentimento innato, ma artificiale, e che pertanto la religione cattolica, che lo induce per estorcere il consenso dei fedeli e per acquisire potere da parte delle gerarchie ecclesiastiche, ha effetti nefasti sulla felicità dell’uomo.”
Beh la riflessione non è tanto semplice… da una parte potrei dire che credo che naturalmente l’uomo tenda ad aver paura di ciò che non conosce, però è anche vero che con l’idea dell’Inferno, delle punizioni, di Dio che ‘ci osserva' ecc sicuramente la Chiesa ha dato il suo contributo… soprattutto in passato quando erano molti di più gli analfabeti e ignoranti, per cui più facilmente corrompibili (basti vedere tutte le superstizioni a cui si credeva); al giorno d’oggi diciamo che probabilmente è un po’ più semplice avere un’idea propria… oppure siamo talmente tanto condizionati e da talmente tanto tempo che nemmeno ce ne rendiamo conto?
“Per quanto concerne le arti, inventare non significa dare l’essere ad un oggetto, ma riconoscere dove e come è. E gli uomini di genio più profondi non scoprono che ciò che già esisteva. Sono dei creatori solo per aver osservato e, reciprocamente, sono degli osservatori perché sono in condizione di creare. I minimi oggetti li richiamano. Essi vi si abbandonano, in quanto ne riportano sempre nuove conoscenze che estendono il fondamento del loro spirito e ne apprestano la fecondità. Il genio è come la terra che non produce niente di cui non abbia ricevuto il seme. Questo paragone, lungi dall’impoverire gli artisti, non serve che a far loro conoscere la fonte e l’estensione delle loro vere ricchezze che per questo sono immense; poiché tutte le conoscenze che lo spirito può acquisire nella natura divengono il germe delle sue produzioni nelle arti, così il genio non ha limiti, per quanto concerne il suo oggetto, che quelli dell’universo.”
C. BATTEUX – LE BELLE ARTI RICONDOTTE A UNICO PRINCIPIO
L’artista non immagina, non crea, ma “ritrova ciò che è” per usare ancora le parole di Batteaux…
Voi che ne pensate? A me salta alla mente Michelangelo… il suo ‘spogliare la statua del marmo che le sta attorno’… Per questo vi posto l’immagine del celebre Mosè… anche se la foto non è il massimo… io ancora non ho potuto vederla dal vivo, ma dicono sia una delle sue statue più belle… tanto che è quella di cui si dice Michelangelo abbia esclamato “perché non parli?”…

Studiando Estetica ecco questo autore... Edmund Burke... leggerò sicuramente altro di suo dopo l'esame perchè il suo punto di vista mi incuriosisce parecchio, ma voglio proporvi questa massima che mi rappresenta a pieno...

La GeNtE nOn È sOgGeTtA a SbAgLiArSi NeI sUoI sEnTiMeNtI,
mA sBaGlIa MoLtO sPeSsO nEi NoMi ChE dÀ lOrO
e NeL rAgIoNaRe InToRnO aD eSsI.
E. BURKE
“Qual poeta con parole ti metterà innanzi, o amante, la vera effigie della tua idea con tanta verità, qual farà il pittore? Quale sarà quello che ti dimostrerà i siti de’ fiumi, boschi, valli e campagne, dove si rappresentino i tuoi passati piaceri, con più verità del pittore? E se tu dici che la pittura è una poesia muta per sé, se non vi è chi dica o parli per lei quello che la rappresenta, or non t’avvedi tu che il tuo libro si trova in peggior grado? Perché ancora ch’egli abbia un uomo che parli per lui, non si vede niente della cosa di che si parla, come si vedrà quello che parla per le pitture; le quali pitture, se saranno ben proporzionati gli atti con i loro accidenti mentali, saranno intese, come se parlassero.”
LEONARDO DA VINCI – TRATTATO DELLA PITTURA
Opinione sicuramente discutibile… voi che ne pensate? È vero che la pittura è meglio della poesia? Che le immagini sono meglio delle parole? Qualunque sia la vostra opinione, credo che si possa scusare da Vinci visto la sua grande bravura nel dipingere 
“La natura non ha giudicato l’uomo una creatura ignobile e di poco conto, ma, introducendoci nella grande e festosa adunanza della vita e dell’ordine cosmico affinché, allo spettacolo dei suoi cimenti, potessimo ambire a competervi, ha subito infuso nelle nostre anime il desiderio irresistibile di ciò che è sempre grande e che ci sovrasta con la sua divinità. Perciò agli slanci dell’osservazione e del pensiero umano l’universo intero è insufficiente, perché anzi la nostra mente spesso eccede i limiti del creato.”
PSEUDO-LONGINO – IL SUBLIME
Dagli studi di Estetica ecco questo frammento che mi ha colpito molto… per me è un manifesto alla fantasia e all’immaginazione e per questo mi piace… poi magari non ho capito una cippa!
Questa frase l'ha trovata un mio amico su un giornale e quando l'ha letta dice ke gli sembrava detta da me... X quanto non mi azzardi nemmeno a equipararmi a Epicuro, la condivido in pieno...
Questa è per tutti i miei Amici, quelli che mi aiutano semplicemente esistendo... Vi voglio bene..
NoN aBbIaMo TaNtO bIsOgNo DelL’aIuTo DeGlI aMiCi, QuAnTo DeLlA cErTeZzA dEl LoRo AiUtO.
Epicuro
Oggi tratto il tema dell'isolamento... Aiutata da Montale ovviamente! Quante volte non ci siamo detti o sentiti incredibilmente soli benchè circondati da persone? Quante volte non ci siamo ripetuti che in fondo nessuno ci capisce? Ed è davvero così? L'uomo è destinato a vivere e morire in realtà solo?
“…L’uomo, in quanto essere individuato, individuo empirico, è fatalmente isolato. La vita sociale è un’addizione, un aggregato, non una UNITÀ di individui. L’uomo che comunica è l’io trascendentale che è nascosto in noi e che riconosce se stesso negli altri. Ma l’io trascendentale è una lampada che illumina solo una brevissima striscia di spazio dinnanzi a noi, una luce che ci porta verso una condizione non individuale e dunque non umana.”
(Estratto dal saggio “La solitudine dell’artista” in “Auto da fè - Montale)
Vi posto questo estratto dal testo 'Stile Novecento' del mio Prof. del corso di Montale... è a proposito di 'Jacques il fatalista' di Diderot (da cui fa anche qualche citazione). Io il testo non l'ho letto, ma credo che lo farò a breve perchè mi incuriosisce molto... Qui sono proposte alcune 'domande' del personaggio di Diderot... Ovviamente non pretendo una risposta a tutte... ma tentateci!
“[…] perché accade ciò che accade? E chi, propriamente, decide l’accadere? Tutto è scritto su un «grand rouleau» nell’alto dei cieli; ma chi ha fatto il «grand rouleau» dove tutto è scritto? E poi: che cos’è la parola rispetto all’idea che deve esprimere? Si può parlare esattamente così come si pensa? E ancora: se è scritto che una disgrazia accada, perché patire e piangere quando accade? Perché gli uomini, tutti gli uomini, non possono impedirsi di piangere? E che valore può avere un patto di fedeltà eterna stipulato tra due esseri debolissimi, un uomo e una donna, sotto un cielo «infedele» che non è mai un istante lo stesso? Chi vuole o «disvuole» il mio «volere»? Perché durante tre quarti della mia vita «non faccio» ciò che «voglio»? Infine: se dico «il cielo vuole…», che cosa intendo propriamente con «volere» del cielo, cioè di Dio? E, posto che io sappia definirlo, come posso prevederlo? «Nessuno potrebbe sapere ciò che Dio vuole, o non vuole. Forse non lo sa nemmeno lui».”
Dal Simposio di Platone ho voluto questa sera citare la nascita di Amore, demone tra gli dei e l'uomo...
“Quando nacque Afrodite gli dèi tennero un banchetto, e fra gli altri anche Poro (Espediente) figlio di Metidea (Sagacia). Ora, quando ebbero finito, arrivò Penia (Povertà), siccome era stata gran festa, per mendicare qualcosa; e si teneva vicino alla porta. Poro intanto, ubriaco di nettare (il vino non esisteva ancora), inoltratosi nel giardino di Giove, schiantato dal bere si addormentò. Allora Penia, meditando se, contro le sue miserie, le riuscisse d’avere un figlio da Poro, gli si sdraiò accanto e rimase incinta di Amore. Proprio cosí Amore divenne compagno e seguace di Afrodite, perché fu concepito il giorno della sua nascita, ed ecco perché di natura è amante del bello, in quanto anche Afrodite è bella. Dunque, come figlio di Poro e di Penia, ad Amore è capitato questo destino: innanzitutto è sempre povero, ed è molto lontano dall’essere delicato e bello, come pensano in molti, ma anzi è duro, squallido, scalzo, peregrino, uso a dormire nudo e frusto per terra, sulle soglie delle case e per le strade, le notti all’addiaccio; perché conforme alla natura della madre, ha sempre la miseria in casa. Ma da parte del padre è insidiatore dei belli e dei nobili, coraggioso, audace e risoluto, cacciatore tremendo, sempre a escogitar machiavelli d’ogni tipo e curiosissimo di intendere, ricco di trappole, intento tutta la vita a filosofare, e terribile ciurmatore, stregone e sofista. E sortí una natura né immortale né mortale, ma a volte, se gli va dritta, fiorisce e vive nello stesso giorno, a volte invece muore e poi risuscita, grazie alla natura del padre; ciò che acquista sempre gli scorre via dalle mani, cosí che Amore non è mai né povero né ricco.”